infiorata
Porta del Borgo
Chiesa San Nicolò
Piazza Benedetto Cairoli

infiorata
Porta Cervara
Chiesa di San Filippo
Corso della Repubblica, 44

infiorata
Porta del Piano
Chiesa di San Benedetto
Piazza Francesco F. Altini

infiorata
Porta Pisana
Chiesa di San Biagio
Piazza D. Manin


le infiorate dell'edizione 2026
I Bozzetti
Porta del Borgo

Autore – Francesca Balduccio
Infiorata – Chiesa di San Nicolò
LEGAMI
Un profondo legame unisce i mastri artigiani ai loro apprendisti così come la comunità fabrianese al Santo protettore Giovanni Battista con il dono dell’obolo e delle cere. Il rapporto di apprendistato nel Trecento non può sicuramente definirsi roseo, privo di problemi o rispettoso dei diritti dell’infanzia, ma per me rimane affascinante l’ideale alla sua base: il passaggio di testimone dalla vecchia generazione alla nuova, il legame tra l’insegnare e l’essere terreno fertile per accogliere e fare proprio ciò che si riceve così da partecipare attivamente all’atto creativo. L’idea del bozzetto è nata da qui, dal desiderio di mostrare gli apprendisti crescere sulle orme dei mastri ed omaggiare la maestria degli uomini dediti all’attività produttive e mercantile. A fungere da scenario è la stoffa rossa – emblema delle Arti legate alla tessitura, tintura, vendita e lavorazione delle stoffe – sorretta da due lavoratrici, sulla quale trovano spazio scene legate alle due Arti principali: quella dei fabbri, simbolo della città di Fabriano con lo stemma di Mastro Marino, e quella dei cartai, che da secoli permette alla città di essere conosciuta in tutto il mondo. Le 12 arcate ogivali rappresentano le 12 botteghe dell’Arte dei Mercanti una volta situate in piazza del mercato, sul lato opposto alle tante fucine e gualchiere disposte lungo il fiume Giano. Sullo sfondo si delinea il profilo di una collina, la campagna dalla quale spesso provenivano i giovani apprendisti, e della cattedrale di S.Venanzo, in una versione gotica ormai visibile solo nell’abside. Presso S.Venanzo si svolgeva infatti la tradizionale donazione dell’obolo e delle cere all’effigie di San Giovanni Battista (qui rappresentato nei simboli del cartiglio e della croce) da parte delle Corporazioni, momento di scambio tra mondo civile e religioso. La scena è rappresentata con la processione dei palii scelti – per colore e stemma delle Corporazioni – a rappresentanza dei diversi quartieri di Fabriano.
Porta Cervara

Autore – SASKY
Infiorata – Chiesa di San Filippo
CARTA TRA PASSATO E FUTURO
Il progetto di SASKY è stato realizzato in occasione del settimo centenario della Pia Università dei Cartai, antica istituzione erede diretta della corporazione dell’arte della carta. Dal 1839 l’Università ha sede ufficiale nella chiesa di Santa Maria Maddalena, a cui i cartai fabrianesi sono da sempre devoti. Secondo la tradizione, nel 1599, un operaio rimase incastrato sotto una pesante pressa, ma l’intercessione della Santa, invocata dal malcapitato, lo salvò e l’uomo uscì incolume dall’incidente. Giano bifronte rappresenta la capacità di guardare al passato e al futuro contemporaneamente: è il dio degli inizi, proteggeva porte, ponti e passaggi, sia fisici che metaforici. Il volto di sinistra, che guarda al passato è Ts’ai Lun, leggendario dignitario della corte imperiale cinese che nel 105 d.C. iniziò a produrre dei fogli di carta utilizzando brandelli di stoffa usata, corteccia d’albero e reti da pesca. In seguito la carta si diffuse in tutto il mondo arabo e successivamente verso Occidente, attraverso il Nord Africa e la Spagna. L’arte della fabbricazione della carta giunse nell’entroterra marchigiano tra l’XI e il XII secolo. Gli storici ritengono che i fabrianesi abbiano appreso le tecniche di produzione da alcuni prigionieri arabi catturati durante gli assalti al porto di Ancona. Tale ipotesi è avvalorata dal fatto che a Fabriano esisteva una zona nota come “Borgo Saracino”. Gli archi a ferro di cavallo sono un riferimento a questo scambio di conoscenze, che ha reso Fabriano uno dei centri cartari più importanti d’Europa. I mastri cartai fabrianesi hanno rivoluzionato la produzione cartaria europea introducendo tre innovazioni fondamentali: la pila idraulica a magli multipli per la macerazione degli stracci, la collatura con gelatina animale e la filigrana. Tra il XIII e il XV secolo lungo il corso del fiume Giano sorsero numerose “gualchiere” per produrre “carta bambagina”: tra le più antiche vi era la cartiera Chiavelli situata nei pressi del ponte San Lorenzo. I mercanti, poi, gestivano la distribuzione del prodotto operando su scala nazionale e internazionale attraverso vie marittime e terrestri. Il volto destro di Giano bifronte, che guarda al futuro, è geometrizzato perché rappresenta l’innovazione tecnologica nella produzione cartaria: oggi si perseguono obiettivi di sostenibilità, automazione e ricerca di nuovi materiali. Anche la forma esagonale è molto usata in ambito tecnologico, soprattutto per la sua efficienza strutturale, che richiama la perfezione presente in natura, come nei favi della vespa cartonaia costituiti da strutture in materiale simile al cartone.
Porta del Piano

Autore – Claudia Carnevali
Infiorata – Chiesa di San Benedetto
PERSONIFICAZIONE DELLA CARTA
Il bozzetto si configura quale celebrazione solenne delle origini e dell’essenza più profonda della carta fabrianese, elevando a protagoniste le materie prime e i processi che ne hanno determinato l’eccellenza nei secoli. L’opera si sviluppa come una narrazione simbolica e stratificata, nella quale luoghi, figure e dettagli concorrono a restituire la memoria storica di Fabriano quale culla di una tradizione cartaria destinata a influenzare l’intera Europa, in un equilibrio armonico tra eredità medievale e tensione verso l’innovazione. Dal punto di vista formale, la composizione si ispira ai codici miniati del Medioevo, reinterpretati attraverso un linguaggio decorativo che intreccia motivi fitomorfi e geometrie ritmate. Le tre partiture sono scandite da una cornice che evoca la patina della carta antica, ingiallita dal tempo, e si dispongono come affacci simbolici sul corso d’acqua, elemento fondativo e imprescindibile per la nascita delle prime gualchiere fabrianesi. Nella nicchia di sinistra si staglia la personificazione della carta pecudina, la cui iconografia richiama Santa Maria Maddalena, riconoscibile nei lunghi capelli sciolti e nella presenza sullo sfondo della chiesa fabrianese a lei dedicata, patrona dei cartari e sede della Pia Università dei Cartai, situata appena fuori Porta del Piano. L’abito, declinato in intense gradazioni di rosso, rimanda tanto alla simbologia tradizionale della Santa quanto alla lavorazione delle pelli animali, dalle quali si otteneva la pergamena: materiale prezioso, frutto di processi di pulitura, tensione ed essiccazione. Le parti inferiori della veste si articolano in morbide volute bianche, simili a lembi di pergamena sovrapposti, conferendo dinamismo e leggerezza alla figura. Nella mano, la donna regge un foglio recante l’emblema della Pia Università dei Cartai, corporazione attestata già nel 1326, segno tangibile di una produzione organizzata e regolamentata, espressione dell’alto grado di specializzazione raggiunto dalla manifattura fabrianese. In contrappunto, nella nicchia destra trova posto la personificazione della carta bambagina, avvolta in tonalità azzurre e blu, simbolo di purezza e trasformazione. Il velo che la cinge allude agli stracci di lino e cotone, materie prime fondamentali per la produzione cartaria fabrianese, introdotte e perfezionate anche grazie agli influssi della cultura araba, già avanzata nelle tecniche di lavorazione della carta. Proprio a Fabriano tali tecniche furono ulteriormente innovate con l’introduzione delle pile a magli multipli, azionate dalla forza idraulica, che consentivano una raffinazione più omogenea dell’impasto fibroso. Il termine stesso “bambagina” deriva dalla “bambagia”, la soffice lanuggine del cotone, a sottolineare la qualità e la finezza del prodotto ottenuto. Questa tipologia di carta, più economica e versatile rispetto alla pergamena, fu determinante per la diffusione della scrittura e della cultura, pur rimanendo inizialmente appannaggio di élite ristrette. Essa costituì il supporto ideale per la trasmissione dei grandi testi della letteratura, tra cui la Divina Commedia di Dante Alighieri. Sebbene non si conservino autografi dell’opera, numerosi studi ritengono plausibile che, nel periodo di massima affermazione della produzione fabrianese, il poeta possa aver utilizzato carta proveniente da questi opifici. Tale suggestione è evocata simbolicamente dal volume che la figura femminile custodisce tra le braccia. Elemento imprescindibile del processo produttivo è l’acqua, forza motrice e principio vitale. Le prime cartiere e gualchiere sorsero infatti lungo il corso del fiume Giano, il cui flusso veniva incanalato per azionare i macchinari. Nella fascia inferiore del bozzetto, il corso d’acqua è reso attraverso una stilizzazione geometrica, incorniciata da motivi ornamentali che richiamano la rotazione delle ruote idrauliche. Le due figure femminili, oltrepassando i limiti delle rispettive cornici, sembrano interagire con tale elemento, quasi a riconoscerne il ruolo generativo nella nascita della carta che esse incarnano. Il fulcro compositivo è occupato da una finestra a sesto acuto, che inquadra simbolicamente il primo nucleo urbano extra moenia del quartiere del Poggio (o Piano), dove sorsero le prime strutture produttive, nei pressi della chiesa e del ponte di San Lorenzo. Questo spazio centrale si configura come una soglia tra dimensione storica e rappresentazione allegorica. Nella parte superiore dell’arco si avvolge un drappo rosso recante la data in numeri romani: 1264. Tale riferimento è di fondamentale importanza: in un registro di spese conservato presso l’Archivio Comunale di Matelica, un notaio annota l’acquisto di alcune risme di carta bambagina, probabilmente proveniente da Fabriano. Questa data segna simbolicamente l’inizio dell’affermazione della città quale centro propulsore di innovazioni decisive: dall’introduzione della filigrana, segno distintivo e marchio di qualità, alla collatura con gelatina animale, che rese la carta più resistente e adatta alla scrittura con inchiostro. L’intero impianto iconografico si configura dunque come un omaggio alla sapienza tecnica e alla stratificazione culturale che hanno reso la carta di Fabriano un’eccellenza riconosciuta, capace di attraversare i secoli e di porsi quale ponte tra materia e intelletto, tra artigianato e arte.
Porta Pisana

Autori – Gianmarco Angeletti
Infiorata – Chiesa di San Biagio
Nel cuore del Medioevo, tra i vicoli umidi di un borgo marchigiano, l’aria vibra di un battito cadenzato: è il respiro dei magli, il battito vitale di una città che perdurerà per l’eternità. Nel semibuio della bottega, il Mastro cartaio compie il rito della levata. Con un gesto atletico e millimetrico solleva il telaio dal tino: per un istante, il tempo si ferma tra le trame della forma. L’acqua scivola via come pioggia sottile, svelando un velo candido e palpitante. Quello che prima era un ammasso di stracci logori e informi ha ceduto il passo a una superficie compatta, pronta a farsi memoria. In quel silenzio improvviso, si percepisce la sacralità di aver creato qualcosa destinato a sfidare i secoli. Lo sguardo del Mastro va a Maria Maddalena, in un sospiro tra gratitudine e preghiera. Nel petto custodisce la sua devozione e l’eco ancora vivo del miracolo: il grido di un compagno travolto dai magli e restituito alla vita, incolume, per intercessione della Santa. Intanto, lontano dal fragore delle botteghe, Federico II di Svevia ne decreta il bando: una materia così umile sembrava troppo fragile per reggere il peso della legge imperiale¹. Ma la sapienza dell’artigiano sfida il sovrano e vince: la fragilità diventa immortalità. Foglio dopo foglio, Fabriano conquista l’Europa: la carta bambagina² scalza la pergamena, diventando il supporto ideale per i sogni e i decreti del mondo. Poi, giunge il prodigio della filigrana³: un ricamo di luce intrappolato nelle fibre, un sigillo d’eccellenza che brilla della stessa maestà di un Re. Il segreto risiede in un’alchimia di elementi vivi: l’acqua pura del fiume Giano, le fibre di cotone sminuzzate e la colla di carniccio che, unita allo scòtano, garantisce una resistenza ancestrale al tempo. Un sapere prezioso custodito, oggi come allora, dalla Pia Università dei Cartai. Erede diretta della corporazione medievale⁴, dal 1326 nel suo Palazzo storico, essa trasforma le antiche regole dei mastri in un rito eterno da offrire al mondo. Così Fabriano si ridisegna nel segno della bellezza: l’eleganza del Palazzo del Podestà, lo zampillio della Fontana Sturinalto e gli archi solenni del loggiato di San Francesco diventano i simboli di un benessere che si fa pietra e storia, sotto il motto che tutto suggella: “Faber in amne cudit, olim cartam undique fudit”. Secolo dopo secolo, ancora una volta, il mastro solleva la forma e il telaio si fa cornice del mondo. In quel perimetro di legni ortogonali e trame invisibili di rame è racchiusa l’anima di Fabriano: un intreccio di spirito e genio, motori di un’evoluzione millenaria. E nel candore di un foglio appena nato, la storia si risveglia e la città ritrova il suo respiro eterno.

