Palio di San Giovanni Battista, Fabriano 16/26 giugno 2011

Il periodo della dominazione sforzesca nelle Marche.

di Walter Bernardini

 

La tremenda strage dei Chiavelli del 25 maggio 1435 durante la solenne celebraziome della messa dell'Ascensioe, era avvenuta in un frangente storico in cui nelle città e le terre della Marca era già presente dapoco più di un anno, la sovranità acquisita del Conte Francesco Sforza. Si può dire che egli l'abbia ottenuta entrandovi e  prendendone possesso senza colpo ferire. Intere città al suo arrivo gli si sono consegnate accogliendolo come un liberatore. Ad incrementare la disposizione favorevole in tante compagini marchigiane è stato il forte malcontento che circonda il Cardinale Legato della Marca Giovainni Vitelleschi che non ha potuto fare altro che ratificare la situazione di fatto. Tutto ciò è avvenuto in un momento di grave incertezza politica in cui, il prestigio dell'autorità  papale sembra essere definitivamente tramontato per la grande risonanza che in tutta la cristianità occidentale sta avendo la rinnovata decisione da parte del Sacro Collegio cardinalizio, di indire un nuovo Concilio generale dopo quelli di Costanza nel 1424 e prima ancora di Pisa nel 1409. Accade a Basilea nel 1433 e questa volta nelle intenzioni dei padri cardinali non c'è semplicemente la volontà di comporre un annoso scisma interno alla cattolicità, ma quella di imprimere una decisa riforma epocale della Chiesa, affermando più radicalmente la supremazia del Concìlio sul Papa e trasformandone quindi stabilmente la sua natura istituzionale da momarchico-teocratica in ecclesiale conciliaria. Tutto ciò allo scopo di recuperarne l'integrità di corpo spirituale universale di fronte al perpetuarsi di quei rischi di vaste compromissioni politiche con i poteri secolari particolari, come quello per esempio del Re di Francia,  a cui gli ultimi centotrenta anni di residenza in Avignone

 avevamo dimostrato di poterla fortemente esporre, precipitandola nella più profonda corruzione.

Il suo dominio della Marca dal 1433 al 1447 si può assimilare al rapido passaggio dì una potente e bruciante cometa, che genera alternatamene entusiasmo e disperazione. Popolazioni e città sono soggiogate da un misto di fascino meravigliato, timorosa soggezione e a volte anche dal terrore. Di questa terra e di queste città il Conte stesso se ne dichiara colpito, per la popolosità, per l'operosità e la bellezza degli edifìci, come dice per esempio di Fabriano, la prima volta che vi mette piede nel febbraio del 1436, ma poi non esita a pressarle con ripetute richieste di taglie e sovvenzioni straordinarie, accanto al consueti tributi annuali delle "quartarie" o "sestarie" che egli può pretendere. Anche perché Papa Eugenio IV, costretto a ratificare l'occupazione in quanto momentaneamente pregiudicato dai veti del Concilio di Basilea e dall'opinione pubblica, ha concesso a lui la nomina a Marchese Vicario e Gonfaloniere degli eserciti della Chiesa. Così le città vanno in crisi e per corrispondere alle esose richieste dello Sforza e dei suoi tesorieri, che sono avanzate soprattutto per la costruzione dì consistenti presidi militari sparsi in tutta la regione e per il continuo stato di guerra sui fronti umbro, abruzzese o nelle aree padane contro le armate dei Piccinino e del Marchese di Acquaviva, sono costrette ad escogitare sempre nuovi espedienti per raccogliere finanze: impongono nuovi dazi sui generi alimentari del contado portati agli ammassi cittadini, rialzano gabelle sulle merci in entrata. Infine ricorrono a prestiti ad altre città o a facoltosi cittadini ai quali offrono come garanzia beni immobili di proprietà del Comune. Altre volte sono costrette ad iscrìvere nel registro pubblico dei "fumantes", coloro che per benefici vari ne sono esclusi. Infine arrivano anche a vendere proprietà pubbliche, mentre nel frattempo gli arretrati di pagamento per i luogotenenti, i Podestà, i pubblici ufficiali del Comune, i custodi delle Porte e altri ancora, si vanno accumulando. La situazione precipita ulteriormente fra il 1442 ed il 1443. Le sorti del tentativo sforzesco di instaurare un proprio dominio nell'Italia centrale vengono seriamente minate dalle sfavorevoli alleanze politiche che si chiudono attorno al Conte. Falliscono i tentativi di accordarsi con il Re di Napoli Alfonso di Aragona. Costui ottiene invece benefici di prioritaria importanza da Papa Eugenio IV, che gli riconosce fra l'altro la legittimità del suo figlio primogenito naturale Ferdinando, garantendosi così la linea di successione sul trono di Napoli, contro le pretese angioine che intrattenevano ampie connivenze con Francesco Sforza. In cambio egli si obbliga ad intervenire militarmente nei territori della Marca per liberarli dalla soggezione sforzesca. A questo si va ad aggiungere con un incidenza di non lieve portata per il mutare dello scenario delle forze politiche in campo, il rapido declino del prestigio religioso e politico irradiato dalle speranze di riforma della Chiesa  in direzione del conciliarismo, che si concentravano attorno alla figura dell'antipapa Felice V, col quale lo Sforza stava da tempo cercando di stringere alleanza per ergersi a suo rappresentante secolare in Italia. Anche il Duca di Milano Filippo Maria Visconti, scontentato per l'incontrollabilità del suo nuovo  genero, consorte di sua figlia Bianca Maria,  a causa dei suoi ripetuti  voltafaccia che lo portano a rinnovate alleanze con Venezia e Firenze storici antagonisti del ducato milanese, decide di frenare la ormai pluridecennale politica espansionistica viscontea nell'Italia centrale, anche perché è si è ben reso conto del rinnovato prestigio del papatuo;. soprattutto dopo il tentativo riuscito ad   Eugenio IV di promuovere a riunificazione con la Chiesa greco-ortodossa, anche se la composizione del secolare scisma sarà di durata effimera. Il Duca stabilisce con esso una convenzione di intesa mettendogli a disposizione i servizi del principale antagonista militare dello Sforza, Francesco Piccinino, figlio del più grande Niccolò che nel frattempo è subentrato al padre alla guida delle sue compagnie di ventura. Lo stesso papa si ritrova quindi ora in una posizione di forza, per agire contro colui che in fondo aveva sempre considerato come un usurpatore dei territori pontifici e di quei titoli di Vicario e Gonfaloniere, che egli aveva lui attribuito come extrema ratio temporeggiante, nel periodo di più incisiva contestazione dell'istituto papale da parte del Concilio di Basilea. Ora non c'è più nulla ad impedire che la guerra si porti dentro i confini della Marca. Si aprono da questo momento anni ancora più difficili per le città e le popolazioni di tutta la regione, la cui esatta gravità può essere appresa con eloquenza dalle parole dello storico tolentinate G. Benaducci: "Le sue contrade erano percorse da milizie che si succedevano le une alle altre amiche e nemiche, lasciando disastrose e funeste tracce del loro passaggio: ivi un continuo alternarsi di piccole sconfitte e di vittorie, di ribellioni e di conquiste: i paesi erano perduti e ripresi a vicenda: le campagne taglieggiate e le abitazioni poste a saccomanno: insidiato l'onore delle fanciulle e delle donne: dovunque avvisaglie, scaramucce, incendi, rapine, ire di parti, vendette, taglie, multe, gravami, requisizioni di denaro, di viveri, di uomini". Questo pesante stato di guerra si trascinerà a lungo,  fino al 1447 quando le armate di Francesco Sforza lasceranno definitivamente la  contea di Urbino ed il Conte acconsentirà a lasciare in mano del Papa la città di Jesi, ultima roccaforte sforzesca nella terra di Marca, dietro il pagamento della cifra esorbitante di 35000 ducati.

 

 

 

 

 

Fine della Signoria sforzesca su Fabriano:

 

La signoria sforzesca su Fabriano termina già dall'agosto del 1443, non per interna ribellione ma per il tradimento del luogotenente sforzesco Pietro Brunoro, che abbandona il suo signore nel momento in cui capisce che egli non può più arrestare la nuova riconquista papale delle Marche. Apre quindi le porte della città alle milizie di Francesco Piccinino che la presidia per qualche tempo e nel novembre dello stesso anno la città ha già ottenuto da Papa Eugenio IV la remissione della scomunica che era scattata nel momento in cui al condottiero romagnolo erano stati tolti i titoli del Vicariato pontificio.

II bilancio degli otto anni di dominazione non poteva certo dirsi positivo per Fabriano. L'avvento del nuovo dominatore, aveva portata con sè la speranza di ottenere un cambio di regime interno; quel ristabilimento dello "Status popularis" per ritornare al quale i più acerrimi nemici della Signoria locale avevano compiuto una strage nella più orrenda delle maniere. Le speranze di tale pieno ristabilimento delle antiche prerogative di autonomia politico-amministrativa, si erano rivelate però di scarsa durata, poiché nonostante  il suo favore  a una nuova riscrittura dello Statuto comunale, che verrà approvato siul finire del 1436, lo Sforza già dall'estate dell'anno precedente, al momento  di ricevere  la Signoria sulla città dalle mani adegli stessi delegati fabrtianesi  che  per qiuesto motivo lo avevano raggiunto a Cesena,, aveva opposto irremovibili veti proprio in un punto essenziale che dichiarava la piena autogestione interna del governo del Comune,;  l'autonomia di scelta del Podestà  forestiero semestrale. Esso doveva ogni volta esser confermato dall'assenso del Marchese tramite il luogotenente personale costantemente operativo in città. Poi erano sopraggiunte le angustie finanziarie e gli anni cupi della guerra nella Marca.  Ota, sul finire del 1443, la città torna sotto il controllo dello Stato della Chiesa e   da questo momento in avanti   senza l'intermediazione di signori secolari, locali o transregionali che siano, ma attraverso la figura del  Governatore pontificio  regolarmente inviato a scadenze periodiche  a risiedere in città su nomina papale.

L'ultima visita di Francesco Sforza a Fabriano: decoro e miserie di una città fedele.

Esiste una memoria storica  notevole dell'ultima fra le svariate visite che Francesco Sforza compì a Fabriano  durante il suo dominio  nelle Marche  Fu redatta dallo  storico erudito romagnolo, fra Giovanni Domenico Scevolini da Bertinoro, circa due secoli dopo l'epoca dei fatti e conoscendo quindi il carattere spesso apologetico che guidava la  mano della storiografia erudita dei secoli XVI/XVIII  nella ricostruzione delle patrie vicende, non  si può  garantire dell'assoluta veridicità della ddescrizione che egli fa dell'accoglienza riservata dalla cittadinanza fabrianese  all'allora Marchese  della Marca Francesco Sforza, in   occasione della sua venuta insieme alla sua ducale sposa Bianca Maria Visconti , figlia di Filippo Maria che in quel frangente  stava  quasi sul punto di muovere guerra   a quel  genero, il quale nel gito  di pochi anni  gli succederà   al comando del vasto  ducato  milanese   Anche se non si conosce  la data  esatta dell'arrivo,  da una copia   di un atto  consigliare del 13 giugno 1442  apprendiamo che in data 10 giugno la coppia  era in  Fabriano e secondo  le parole dello Scevolini il tenore  dell'accoglienza fu  di questo genere;      

 

“Trecento fanti in più livree, distinti tutti con le imprese Sforzesche, gli andarono a riscontrare fra il ponte di Albacina che da quella strada venivano, e poi giunsero a S. Antonio ove cento delle più nobili e ricche donne di Fabriano di singoiar bellezza, coperte di preziose e ben trapunte e ben fregiate vestì a due a due si presentarono alla Signora Bianca, facendole riverenza e accompagnandola fino all'albergo. Bianca che non credeva in queste parti trovare tanta bellezza, uscì di se medesima, e prepose molte volte la beltà delle donne Fabrìanesi, la superbia del vestire, la gravità dell'andare, la soavità dei costami, la grana dei movimenti, la dolcezza della favella, a quanta eccellenza di donne si trovi nelle più famose, nobili e popolate città di Lombardia. Tanto più che nei volti di quelle sorgeva un colore nativo, non adulterato con diversi belletti e colori, come si usa nelle altre parti d'Italia, e meravigliosi colori fossero famose per il mondo al paragone dell'altre ne aveva maggior contento, che di sentirle ragionare. Nello entrare nella porta gli uscì incontra tutta la Repubblica presentandogli di nuovo le Chiavi della Terra, e facendo ai fanciulli gridare: Viva ti Marchese Francesco, e Bianca sua moglie. Quivi trovarono un arco, che in vece di quattro colonne, aveva quattro gran Giganti, i quali sostenevano i tre archi per cui si passava nella Terra, il primo a man destra era! un Atlante, e il capitello che si appoggiava sopra delle sue spalle era in forma di un Mondo, ove si vedeva scritto: Tibi Sfortia, volendo inferire, che alla virtù dello Sforza si doveva l'imperio dell'universo. L'altra statua era un Ercole, che in luogo di capitello sosteneva un Leone, e gli afferrava la bocca, che apertasi in alto riceveva il rivolto dell'arco, e aveva queste parole : Omnium sic Sforila robur, perchè siccome Ercole vinse i Leoni, così allo Sforza ogni forza cedeva. L'ultima colonna dalla banda destra mostrava la fortuna di un Anteo in guisa che pareva che la Terra il sollevasse col  motto:

Tibi  Coelum et mihi Terra, per denotare che una celeste virtù era nello Sforza per cui s'alzasse a tanta gloria, e fama siccome la Terra ad Anteo dava possanza. L'ultima da man  sinistra era un Briareo, il quale con molte mani qual di rilievo, e qual  dipinta in  modo  però che  pareano tutte scolpite,  teneva l'arco,  ed aveva scritto : Tot Sfortia-virtutibus, intendendo,  che le innumerabili virtù di Francesco Sforza. a guisa di molte braccia, e mani più che altro concorrevano a dargli onore in tante imprese; sopra l'arco nel  mezzo  era  Vulcano, il  quale fabbricava un'armatura con lo scritto: Hectori  Sfortiae, che siccome fingono i Poeti Vulcano avere ad Ettore fabbricate l'armi impenetrabili, così la prudenza e singoiar virtù di Francesco era tale, che non fu mai rotto, o vinto da nemici, e questo tanto  più ebbe  dell'ingegnoso che il Fabro e l'impresa   di  Fabriano  sopra l'arco, che era sostenuto da Ercole,  ed Anteo stava l'impresa degli Sforzeschi, dall'altra banda quella de' Visconti per la moglie Bianca. Quindi se ne andarono verso la piazza, ove all'entrata si videro un altro arco innanzi che era più grande del primo, il quale aveva quattro colonne e la base di ciascuno era un Leone, nella prima colonna da man destra stava una tortezza con la colonna spezzata con questo scritto: Hinc Sfortiae nomen, nell'altra la temperanza con le parole : Haec temperat viros;  a man sinistra sulla prima la Giustizia col motto; Cuique sum virtuti omnia,nella seconda una Prudenza ove si leggeva; Plus ego Iano, plus Argo; sopra gli archi nello spazio di mezzo erano le  imprese fatte da Sforza padre di Francesco con la morte nel fiume   di Pescara, dalla parte destra, quella di Fabriano dalla parte sinistra”.

 

 

 Il sospetto che il memorialista romagnolo abbia potuto sensibilmente   calcare la mano allo scopo di magnificare oltremodo il suo illustre antenato conterraneo è consistente. Non di meno,  va pure detto che le  ricerche storiche fin ora condotte  sulla storia  di Fabriano  nel periodo della dominazione sforzesca,  non hanno fin ora riscontrato episodi di chiara e netta   insofferenza nei confronti di una  signoria, che sempre a detta  dei referti documentari a disposizionene, aveva creatoo seri problemi per un  equilibrato antenimento della  pubblica prosperità cittadina.E  ciò nonostante il fatto che a fronte della spettacolare immagine di generoso decoro sfoggiata avanti ai signori,   risultino inquietanti le decisioni prese  quasi in contemporanea ai festeggiamenti  dal Generale consiglio dei Priori in quella seduta  del 13 giugno 1442, che invece lascerebbero intendere un ben diverso  e angusto stato di cose. Il Governo cittadino in quell'occasione si autoimponeva di vendere tre botteghe  di proprietà del Comune e le camere dei merciai situate nella piazza del mercato, l'attuale piazza Garibaldi e ciò per  fare fronte al pagamento, rimasto evidentemente arretrato, di 100 ducati dello stipendio  del castelllano  della rocca di Fabriano.  Ma oltre a questa cifra, vi erano ulteriori 33 ducati che dovevano essere ancora corrisposti per delle spese pubbliche particolari  e cioè la rata di dote per Donna Polissena Sforza figlia del conte, mandata in sposa da poco al signore di Rimini Sigismondo Pandolfo Malatesta e per estinguere il debito contratto quattro anni prima, nel 1438 per l'acquisto degli esosi donativi da fare in occasione delle nozze dello  stesso Sforza con Bianca Maria,  fra i quali viene ricordata  una  coppa d'oro  massiccio  decorato  colma di ducati del alore complessivvo di  300 ducati. 

 Ormai si era andati ben oltre, il ricorso ai consueti strumenti di prelievo fiscale straordinario a disposizione dei governi  dei liberi comuni, consistenti nel rincaro dei dazi  commericali  o  in  generali collette imposte imposte a  tutti gli aventi il diritto di  cittadinanza si era giunti anche alla cessione delle  proprietà pubbliche Ed  era questo solo l'apice di una traiettoria in discesa  per le sorti generali della città, le cui prime avvisaglie si erano del resto fin da subito manifeestate  al momento della sostituzione di questa nuova signoria con ambizioni  trans-regionali, rispetto   a quella, magari veramente tirannica  dei Chiavelli, ma  comunque dalle ambizioni e dal potere senz'altro più limitati e locali.

  Si può tentare allora di chiedersi , quali furono i motivi  per cui nonstante   il gravoso stato  in cui la città era caduta, del quale in questa sede  limitata abbiamo potuto soltanto  fornire un bree spaccato,  le cronache, le memorie e i documenti  non abbiano effettivamente  fino a oggi posto in rtilievo , non certo momenti di tensione, perchè  certamente ve ne furtono, ma   neanche  episodi di aperta  e  coraggiosa  opposizione  per sfidare  un  dominio che di anno in anno  si era  sempre più rivelato lesivo  non della libertas politica, poiché  questa era già  non permessa , ma  dannoso per la stabilità interna di una  comunità  che fino ad allora  viveva ancora dei benefici effetti della crescita economica del  trecento.  Aqpparirebbe scontato come prima risposta  affermare che   la  fedeltà al nuoo signore della Marc a era  dalla città di Fabriano  dovuta , per il fatto che  dopo la presa di possesso delle città e dei territori  della marca,  il conte romagnolo era stato sia pure   controvoglia  da Eugenio IV , Marchese e Gonfaloniere , vicario del Papa  stesso e quindi con piene facoltà  di operare  decisioni in ogni settore  della vita delle collettiità soggette.    L'iniziale  pieno favore con il quale  i nuovi governanti di Fabriano  subito dipo la strage dei Chiavelli del maggio del 1435, si erano affrettati a porre la città sotto la Signoria nuova di Francesco Sforza,  rifiutando nella prima delle due  ambascerie al conte  a Cesena  persino alla nomina autonoma del Podestà    forestiero, salvo poi tornare  inutilmente ad invocarla nella  seconda, può trovare  spiegazione  nella  permanente  situazione di conflitto  in cui versava  il territorio di Fabriano, subito dopo la strage e nonostante la strage. Infatti  gli unici due  Chiavelli  scampati alla  mattanza del 25  maggio , continuavano a mantenere  con un  buon numero di fuoriusciti, il possesso del castello di S. Donato e del contado  circostante.  Questa spaccatura territoriale  sarà destinata a  perdurare per  altri due anni,  determinando un latente o aperto stato di  conflitto che   oltre a scaramucce continue  appropriazioni  e sottrazioni di beni del  comune, danni a persone  o cose, vedrà ben due piani di attacco diretto a Fabriano  fallire per poco.  Il primo condotto da Guido Chiavelli,  del 13  agosto 1435,fu sventato per la pronta chiusira della  Portaq del Borgo, lasciata   incustodita dalle guardie  abilmente  distratte da una spia  del  condottiero. La seconda  per l'intervento diretto   dell'esercito  sforzesco, comandato da Giovanni  Sforza  cugino del  C onte  specificamente mandato a  difendere la città di Fabriano  assalita dalle truppe di
Francesco Piccinino,  che militava al servizio  del Duca di  Milano, ma al quale  per l'occasione si era unito  anche  Nolfo Chiavelli, il  quale riconquistando la città  come  soldato del Piccinino, l'avrebbe  insieme  ritolta allo Sforza e  tratta al dominio visconteo.  Soltanto in quest'anno 1437, lo Sforza , dopo una  sistematica campagnia militare  portata nel contado fabrianese di San Donato, riuscirà a  togliere il  castello   ai chiavelleschi  e a restituirlo  alle disponibilità del governo cittadino.  E come atto di ringraziamento  per il servizio reso  il Generale consiglio , anche per garantirsi da future  pretese di revancismo chievellesco,  decise  con un atto di vera  fedele  sudditanza di  cedere tutti i beni già  appartenuti ai Chiavelli allo stesso Marchese della Marca, riconosciuto come unico tutore della città.  Tanto zelo di protezione, potè derivare anche dal fatto che  nella nuova classe dirigente della città,  subentrata al governo  all'indomani della cingiura,  dovevano sicuramente trovarsi  come è facile dedurre, forse non solo i mandanti della congiura, ma anche  diersi fra i materiali esecutori della strage.

Un altra e non meno   concreta ragione che portò i i fabrianesi a desistere  dalla opzione della ribellione armata nei confronti  di uno dei più  grandi capitani d'arme del 400, fu  senz'altro la  piena coscienza  di quali   tristi conseguenze ciò  arebbe   provocare una   aperta e frontale  sedizione. E i Fabriansei  ebbero anche modo   di  sperimentare da   vicino  tali  conseguenze  di una aperta rivolta   al potere di questo celebre capitano d'arme   originario di cotignola in  Romagna. Nel 1438 le  città di Camerino, Tolentino e Sassoferrato, si sollevarono contro lo Sforza,  Proprio per tale motivo  il conte raggiunze Fabriano con le sue armate e  se per  Camerino e Tolentino bastò  il semplice  avicinamento ai rispettivi  territori per   per  far desistere dal continuare la ribellione, nel caso  di Sassoferrato si arrivò   all'assedio e alla  presa della città; Lo Sforza autorizzò alle  proprie milizie il sacco per  tre giorni consecutivi e  la devastazione fu tale, che secondo   le notizie pervenute, lo stesso  condottiero ne ebbe rimorso,  al punto che  impose alle città marchigiane una speciale fornitura di derrate alimentari, per soccorrere la popolazione, la cui indigenza  sarebbe andata oltre ogni  previsione  immaginata.

 

Bibliografia:

Francesco Mariani; “Francesco Sforza e la città di Fabriano,  Senigallia 1908

G.  Benaducci; “La Signoria di Francesco Sforza nella Marca e peculiarmente in  Tolentino; Tolentino 1892

Fra Giovanni Francesco Scevolini; “La storia di Fabriano”  nel volume XVII de le “Antichità picene” raccolte dall'Abate Colucci in Fermo 1792.

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