|
Il periodo della dominazione sforzesca
nelle Marche.
di
Walter Bernardini
La
tremenda strage dei Chiavelli del 25 maggio 1435 durante la solenne
celebraziome della messa dell'Ascensioe, era avvenuta in un frangente storico in cui nelle città e le terre della
Marca era già presente dapoco più di un anno, la sovranità acquisita del Conte
Francesco Sforza. Si può dire che egli l'abbia ottenuta entrandovi e prendendone possesso senza colpo ferire.
Intere città al suo arrivo gli si sono consegnate accogliendolo come un
liberatore. Ad incrementare la disposizione favorevole in tante compagini
marchigiane è stato il forte malcontento che circonda il Cardinale Legato della
Marca Giovainni Vitelleschi che non ha potuto fare altro che ratificare la
situazione di fatto. Tutto ciò è avvenuto in un momento di grave incertezza politica in cui, il
prestigio dell'autorità papale sembra essere definitivamente
tramontato per la grande risonanza che in tutta la cristianità occidentale sta
avendo la rinnovata decisione da parte del Sacro Collegio cardinalizio, di
indire un nuovo Concilio generale dopo quelli di Costanza nel 1424 e prima
ancora di Pisa nel 1409. Accade a Basilea nel 1433 e questa volta nelle
intenzioni dei padri cardinali non c'è semplicemente la volontà di comporre un
annoso scisma interno alla cattolicità, ma quella di imprimere una decisa
riforma epocale della Chiesa, affermando più radicalmente la supremazia del
Concìlio sul Papa e trasformandone quindi stabilmente la sua natura
istituzionale da momarchico-teocratica in ecclesiale conciliaria. Tutto ciò
allo scopo di recuperarne l'integrità di corpo spirituale universale di fronte
al perpetuarsi di quei rischi di vaste compromissioni politiche con i poteri
secolari particolari, come quello per esempio del Re di Francia, a cui gli ultimi centotrenta anni di
residenza in Avignone
avevamo dimostrato di poterla fortemente
esporre, precipitandola nella più profonda corruzione.
Il suo
dominio della Marca dal 1433 al 1447 si può assimilare al rapido
passaggio dì una potente e bruciante cometa, che genera alternatamene
entusiasmo e disperazione. Popolazioni e città sono soggiogate da un misto di
fascino meravigliato, timorosa soggezione e a volte anche dal terrore. Di
questa terra e di queste città il Conte stesso se ne dichiara colpito, per la
popolosità, per l'operosità e la bellezza degli edifìci, come dice per esempio
di Fabriano, la prima volta che vi mette piede nel febbraio del 1436, ma poi
non esita a pressarle con ripetute richieste di taglie e sovvenzioni straordinarie,
accanto al consueti tributi annuali delle "quartarie" o
"sestarie" che egli può pretendere. Anche perché Papa Eugenio IV, costretto
a ratificare l'occupazione in quanto momentaneamente pregiudicato dai veti del
Concilio di Basilea e dall'opinione pubblica, ha concesso a lui la nomina a
Marchese Vicario e Gonfaloniere degli eserciti della Chiesa. Così le città
vanno in crisi e per corrispondere alle esose richieste dello Sforza e dei suoi
tesorieri, che sono avanzate soprattutto per la costruzione dì consistenti
presidi militari sparsi in tutta la regione e per il continuo stato di guerra
sui fronti umbro, abruzzese o nelle aree padane contro le armate dei Piccinino
e del Marchese di Acquaviva, sono costrette ad escogitare sempre nuovi espedienti
per raccogliere finanze: impongono nuovi dazi sui generi alimentari del contado
portati agli ammassi cittadini, rialzano gabelle sulle merci in entrata. Infine
ricorrono a prestiti ad altre città o a facoltosi cittadini ai quali offrono
come garanzia beni immobili di proprietà del Comune. Altre volte sono costrette
ad iscrìvere nel registro pubblico dei "fumantes", coloro che per
benefici vari ne sono esclusi. Infine arrivano anche a vendere proprietà
pubbliche, mentre nel frattempo gli arretrati di pagamento per i luogotenenti,
i Podestà, i pubblici ufficiali del Comune, i custodi delle Porte e altri
ancora, si vanno accumulando. La situazione precipita ulteriormente fra il 1442
ed il 1443. Le sorti del tentativo sforzesco di instaurare un proprio dominio
nell'Italia centrale vengono seriamente minate dalle sfavorevoli alleanze
politiche che si chiudono attorno al Conte. Falliscono i tentativi di
accordarsi con il Re di Napoli Alfonso di Aragona. Costui ottiene invece
benefici di prioritaria importanza da Papa Eugenio IV, che gli riconosce fra
l'altro la legittimità del suo figlio primogenito naturale Ferdinando,
garantendosi così la linea di successione sul trono di Napoli, contro le
pretese angioine che intrattenevano ampie connivenze con Francesco Sforza. In
cambio egli si obbliga ad intervenire militarmente nei territori della Marca
per liberarli dalla soggezione sforzesca. A questo si va ad aggiungere con un
incidenza di non lieve portata per il mutare dello scenario delle forze
politiche in campo, il rapido declino del prestigio religioso e politico
irradiato dalle speranze di riforma della Chiesa in direzione del conciliarismo, che si
concentravano attorno alla figura dell'antipapa Felice V, col quale lo Sforza
stava da tempo cercando di stringere alleanza per ergersi a suo rappresentante
secolare in Italia. Anche il Duca di Milano Filippo Maria Visconti, scontentato
per l'incontrollabilità del suo nuovo
genero, consorte di sua figlia Bianca Maria, a causa dei suoi ripetuti voltafaccia che lo portano a rinnovate
alleanze con Venezia e Firenze storici antagonisti del ducato milanese, decide
di frenare la ormai pluridecennale politica espansionistica viscontea
nell'Italia centrale, anche perché è si è ben reso conto del rinnovato
prestigio del papatuo;. soprattutto dopo il tentativo riuscito ad Eugenio IV di promuovere a riunificazione
con la Chiesa greco-ortodossa, anche se la composizione del secolare scisma
sarà di durata effimera. Il Duca stabilisce con esso una convenzione di intesa
mettendogli a disposizione i servizi del principale antagonista militare dello
Sforza, Francesco Piccinino, figlio del più grande Niccolò che nel frattempo è
subentrato al padre alla guida delle sue compagnie di ventura. Lo stesso papa
si ritrova quindi ora in una posizione di forza, per agire contro colui che in
fondo aveva sempre considerato come un usurpatore dei territori pontifici e di
quei titoli di Vicario e Gonfaloniere, che egli aveva lui attribuito come
extrema ratio temporeggiante, nel periodo di più incisiva contestazione
dell'istituto papale da parte del Concilio di Basilea. Ora non c'è più nulla ad
impedire che la guerra si porti dentro i confini della Marca. Si aprono da
questo momento anni ancora più difficili per le città e le popolazioni di tutta
la regione, la cui esatta gravità può essere appresa con eloquenza dalle parole
dello storico tolentinate G. Benaducci: "Le sue contrade erano percorse da
milizie che si succedevano le une alle altre amiche e nemiche, lasciando
disastrose e funeste tracce del loro passaggio: ivi un continuo alternarsi di
piccole sconfitte e di vittorie, di ribellioni e di conquiste: i paesi erano
perduti e ripresi a vicenda: le campagne taglieggiate e le abitazioni poste a
saccomanno: insidiato l'onore delle fanciulle e delle donne: dovunque avvisaglie,
scaramucce, incendi, rapine, ire di parti, vendette, taglie, multe, gravami,
requisizioni di denaro, di viveri, di uomini". Questo pesante stato di
guerra si trascinerà a lungo, fino
al 1447 quando le armate di Francesco Sforza lasceranno definitivamente la contea di Urbino ed il Conte acconsentirà a
lasciare in mano del Papa la città di Jesi, ultima roccaforte sforzesca nella
terra di Marca, dietro il pagamento della cifra esorbitante di 35000 ducati.
Fine della Signoria sforzesca su
Fabriano:
La signoria sforzesca su Fabriano termina già dall'agosto
del 1443, non per interna ribellione ma per il tradimento del luogotenente
sforzesco Pietro Brunoro, che abbandona il suo signore nel momento in cui
capisce che egli non può più arrestare la nuova riconquista papale delle
Marche. Apre quindi le porte della città alle milizie di Francesco Piccinino
che la presidia per qualche tempo e nel novembre dello stesso anno la città ha
già ottenuto da Papa Eugenio IV la remissione della scomunica che era scattata
nel momento in cui al condottiero romagnolo erano stati tolti i titoli del
Vicariato pontificio.
II bilancio
degli otto anni di dominazione non poteva certo dirsi positivo per Fabriano.
L'avvento del nuovo dominatore, aveva portata con sè la speranza di ottenere un
cambio di regime interno; quel ristabilimento dello "Status
popularis" per ritornare al quale i più acerrimi nemici della Signoria
locale avevano compiuto una strage nella più orrenda delle maniere. Le speranze
di tale pieno ristabilimento delle antiche prerogative di autonomia
politico-amministrativa, si erano rivelate però di scarsa durata, poiché
nonostante il suo favore a una nuova riscrittura dello Statuto
comunale, che verrà approvato siul finire del 1436, lo Sforza già dall'estate
dell'anno precedente, al momento di
ricevere la Signoria sulla città dalle
mani adegli stessi delegati fabrtianesi
che per qiuesto motivo lo avevano
raggiunto a Cesena,, aveva opposto irremovibili veti proprio in un punto
essenziale che dichiarava la piena autogestione interna del governo del
Comune,; l'autonomia di scelta del
Podestà forestiero semestrale. Esso
doveva ogni volta esser confermato dall'assenso del Marchese tramite il
luogotenente personale costantemente operativo in città. Poi erano sopraggiunte
le angustie finanziarie e gli anni cupi della guerra nella Marca. Ota, sul finire del 1443, la città torna
sotto il controllo dello Stato della Chiesa e
da questo momento in avanti
senza l'intermediazione di signori secolari, locali o transregionali che
siano, ma attraverso la figura del
Governatore pontificio
regolarmente inviato a scadenze periodiche a risiedere in città su nomina papale. | | L'ultima visita di Francesco Sforza a
Fabriano: decoro e miserie di una città fedele.
Esiste una memoria storica notevole dell'ultima fra le svariate visite
che Francesco Sforza compì a Fabriano
durante il suo dominio nelle
Marche Fu redatta dallo storico erudito romagnolo, fra Giovanni
Domenico Scevolini da Bertinoro, circa due secoli dopo l'epoca dei fatti e
conoscendo quindi il carattere spesso apologetico che guidava la mano della storiografia erudita dei secoli
XVI/XVIII nella ricostruzione delle
patrie vicende, non si può garantire dell'assoluta veridicità della ddescrizione
che egli fa dell'accoglienza riservata dalla cittadinanza fabrianese all'allora Marchese della Marca Francesco Sforza, in occasione della sua venuta insieme alla sua
ducale sposa Bianca Maria Visconti , figlia di Filippo Maria che in quel frangente stava
quasi sul punto di muovere guerra
a quel genero, il quale nel gito di pochi anni
gli succederà al comando del
vasto ducato milanese
Anche se non si conosce la
data esatta dell'arrivo, da una copia
di un atto consigliare del 13
giugno 1442 apprendiamo che in data 10
giugno la coppia era in Fabriano e secondo le parole dello Scevolini il tenore dell'accoglienza fu di questo genere;
“Trecento
fanti in più livree, distinti tutti con le imprese Sforzesche, gli andarono a
riscontrare fra il ponte di Albacina che da quella strada venivano, e poi
giunsero a S. Antonio ove cento delle più nobili e ricche donne di Fabriano di
singoiar bellezza, coperte di preziose e ben trapunte e ben fregiate vestì a
due a due si presentarono alla Signora Bianca, facendole riverenza e
accompagnandola fino all'albergo. Bianca che non credeva in queste parti
trovare tanta bellezza, uscì di se medesima, e prepose molte volte la beltà
delle donne Fabrìanesi, la superbia del vestire, la gravità dell'andare, la
soavità dei costami, la grana dei movimenti, la dolcezza della favella, a
quanta eccellenza di donne si trovi nelle più famose, nobili e popolate città
di Lombardia. Tanto più che nei volti di quelle sorgeva un colore nativo, non
adulterato con diversi belletti e colori, come si usa nelle altre parti
d'Italia, e meravigliosi colori fossero famose per il mondo al paragone
dell'altre ne aveva maggior contento, che di sentirle ragionare. Nello entrare
nella porta gli uscì incontra tutta la Repubblica presentandogli di nuovo le
Chiavi della Terra, e facendo ai fanciulli gridare: Viva ti Marchese
Francesco, e Bianca sua moglie. Quivi trovarono un arco, che in vece
di quattro colonne, aveva quattro gran Giganti, i quali sostenevano i tre archi
per cui si passava nella Terra, il primo a man destra era! un Atlante, e il
capitello che si appoggiava sopra delle sue spalle era in forma di un Mondo,
ove si vedeva scritto: Tibi Sfortia, volendo inferire, che alla virtù
dello Sforza si doveva l'imperio dell'universo. L'altra statua era un Ercole,
che in luogo di capitello sosteneva un Leone, e gli afferrava la bocca, che
apertasi in alto riceveva il rivolto dell'arco, e aveva queste parole : Omnium
sic Sforila robur, perchè siccome Ercole vinse i Leoni, così allo Sforza
ogni forza cedeva. L'ultima colonna dalla banda destra mostrava la fortuna di
un Anteo in guisa che pareva che la Terra il sollevasse col motto:
Tibi Coelum et mihi Terra, per denotare che
una celeste virtù era nello Sforza per cui s'alzasse a tanta gloria, e fama
siccome la Terra ad Anteo dava possanza. L'ultima da man sinistra era un Briareo, il quale con molte
mani qual di rilievo, e qual dipinta in modo
però che pareano tutte
scolpite, teneva l'arco, ed aveva scritto : Tot Sfortia-virtutibus,
intendendo, che le innumerabili
virtù di Francesco Sforza. a guisa di molte braccia, e mani più che altro
concorrevano a dargli onore in tante imprese; sopra l'arco nel mezzo
era Vulcano, il quale fabbricava un'armatura con lo scritto: Hectori
Sfortiae, che siccome fingono
i Poeti Vulcano avere ad Ettore fabbricate l'armi impenetrabili, così la
prudenza e singoiar virtù di Francesco era tale, che non fu mai rotto, o vinto
da nemici, e questo tanto più ebbe dell'ingegnoso che il Fabro e l'impresa di
Fabriano sopra l'arco, che era
sostenuto da Ercole, ed Anteo stava
l'impresa degli Sforzeschi, dall'altra banda quella de' Visconti per la moglie
Bianca. Quindi se ne andarono verso la piazza, ove all'entrata si videro un
altro arco innanzi che era più grande del primo, il quale aveva quattro colonne
e la base di ciascuno era un Leone, nella prima colonna da man destra stava una
tortezza con la colonna spezzata con questo scritto: Hinc Sfortiae
nomen, nell'altra la temperanza con le parole : Haec temperat
viros; a man sinistra sulla prima la
Giustizia col motto; Cuique sum virtuti omnia,nella seconda una Prudenza ove si
leggeva; Plus ego Iano, plus Argo; sopra gli archi nello spazio di mezzo erano
le imprese fatte da Sforza padre di Francesco
con la morte nel fiume di Pescara,
dalla parte destra, quella di Fabriano dalla parte sinistra”.
Il sospetto che il memorialista romagnolo
abbia potuto sensibilmente calcare la
mano allo scopo di magnificare oltremodo il suo illustre antenato conterraneo è
consistente. Non di meno, va pure detto
che le ricerche storiche fin ora
condotte sulla storia di Fabriano
nel periodo della dominazione sforzesca,
non hanno fin ora riscontrato episodi di chiara e netta insofferenza nei confronti di una signoria, che sempre a detta dei referti documentari a disposizionene,
aveva creatoo seri problemi per un
equilibrato antenimento della
pubblica prosperità cittadina.E
ciò nonostante il fatto che a fronte della spettacolare immagine di
generoso decoro sfoggiata avanti ai signori,
risultino inquietanti le decisioni prese
quasi in contemporanea ai festeggiamenti
dal Generale consiglio dei Priori in quella seduta del 13 giugno 1442, che invece lascerebbero
intendere un ben diverso e angusto stato
di cose. Il Governo cittadino in quell'occasione si autoimponeva di vendere tre
botteghe di proprietà del Comune e le
camere dei merciai situate nella piazza del mercato, l'attuale piazza Garibaldi
e ciò per fare fronte al pagamento,
rimasto evidentemente arretrato, di 100 ducati dello stipendio del castelllano della rocca di Fabriano. Ma oltre a questa cifra, vi erano ulteriori
33 ducati che dovevano essere ancora corrisposti per delle spese pubbliche
particolari e cioè la rata di dote per
Donna Polissena Sforza figlia del conte, mandata in sposa da poco al signore di
Rimini Sigismondo Pandolfo Malatesta e per estinguere il debito contratto
quattro anni prima, nel 1438 per l'acquisto degli esosi donativi da fare in
occasione delle nozze dello stesso
Sforza con Bianca Maria, fra i quali
viene ricordata una coppa d'oro
massiccio decorato colma di ducati del alore complessivvo
di 300 ducati.
Ormai si era andati ben oltre, il ricorso ai
consueti strumenti di prelievo fiscale straordinario a disposizione dei
governi dei liberi comuni, consistenti
nel rincaro dei dazi commericali o in generali collette imposte imposte a tutti gli aventi il diritto di cittadinanza si era giunti anche alla
cessione delle proprietà pubbliche
Ed era questo solo l'apice di una
traiettoria in discesa per le sorti
generali della città, le cui prime avvisaglie si erano del resto fin da subito
manifeestate al momento della
sostituzione di questa nuova signoria con ambizioni trans-regionali, rispetto a quella, magari veramente tirannica dei Chiavelli, ma comunque dalle ambizioni e dal potere
senz'altro più limitati e locali.
Si può tentare allora di chiedersi , quali
furono i motivi per cui nonstante il gravoso stato in cui la città era caduta, del quale in
questa sede limitata abbiamo potuto
soltanto fornire un bree spaccato, le cronache, le memorie e i documenti non abbiano effettivamente fino a oggi posto in rtilievo , non certo
momenti di tensione, perchè certamente
ve ne furtono, ma neanche episodi di aperta e
coraggiosa opposizione per sfidare
un dominio che di anno in
anno si era sempre più rivelato lesivo non della libertas politica, poiché questa era già non permessa , ma dannoso per la stabilità interna di una comunità
che fino ad allora viveva ancora
dei benefici effetti della crescita economica del trecento.
Aqpparirebbe scontato come prima risposta affermare che la
fedeltà al nuoo signore della Marc a era
dalla città di Fabriano dovuta ,
per il fatto che dopo la presa di
possesso delle città e dei territori
della marca, il conte romagnolo
era stato sia pure controvoglia da Eugenio IV , Marchese e Gonfaloniere ,
vicario del Papa stesso e quindi con
piene facoltà di operare decisioni in ogni settore della vita delle collettiità soggette. L'iniziale
pieno favore con il quale i nuovi
governanti di Fabriano subito dipo la
strage dei Chiavelli del maggio del 1435, si erano affrettati a porre la città
sotto la Signoria nuova di Francesco Sforza,
rifiutando nella prima delle due
ambascerie al conte a Cesena persino alla nomina autonoma del Podestà forestiero, salvo poi tornare inutilmente ad invocarla nella seconda, può trovare spiegazione
nella permanente situazione di conflitto in cui versava il territorio di Fabriano, subito dopo la
strage e nonostante la strage. Infatti
gli unici due Chiavelli scampati alla
mattanza del 25 maggio ,
continuavano a mantenere con un buon numero di fuoriusciti, il possesso del
castello di S. Donato e del contado
circostante. Questa spaccatura
territoriale sarà destinata a perdurare per
altri due anni, determinando un
latente o aperto stato di conflitto
che oltre a scaramucce continue appropriazioni e sottrazioni di beni del comune, danni a persone o cose, vedrà ben due piani di attacco
diretto a Fabriano fallire per
poco. Il primo condotto da Guido
Chiavelli, del 13 agosto 1435,fu sventato per la pronta
chiusira della Portaq del Borgo,
lasciata incustodita dalle guardie abilmente
distratte da una spia del condottiero. La seconda per l'intervento diretto dell'esercito sforzesco, comandato da Giovanni Sforza
cugino del C onte specificamente mandato a difendere la città di Fabriano assalita dalle truppe di
Francesco Piccinino, che militava al
servizio del Duca di Milano, ma al quale per l'occasione si era unito anche
Nolfo Chiavelli, il quale
riconquistando la città come soldato del Piccinino, l'avrebbe insieme
ritolta allo Sforza e tratta al
dominio visconteo. Soltanto in
quest'anno 1437, lo Sforza , dopo una
sistematica campagnia militare
portata nel contado fabrianese di San Donato, riuscirà a togliere il
castello ai chiavelleschi e a restituirlo alle disponibilità del governo cittadino. E come atto di ringraziamento per il servizio reso il Generale consiglio , anche per garantirsi
da future pretese di revancismo
chievellesco, decise con un atto di vera fedele
sudditanza di cedere tutti i beni
già appartenuti ai Chiavelli allo stesso
Marchese della Marca, riconosciuto come unico tutore della città. Tanto zelo di protezione, potè derivare anche
dal fatto che nella nuova classe
dirigente della città, subentrata al
governo all'indomani della
cingiura, dovevano sicuramente
trovarsi come è facile dedurre, forse
non solo i mandanti della congiura, ma anche
diersi fra i materiali esecutori della strage.
Un
altra e non meno concreta ragione che
portò i i fabrianesi a desistere dalla
opzione della ribellione armata nei confronti
di uno dei più grandi capitani
d'arme del 400, fu senz'altro la piena coscienza di quali
tristi conseguenze ciò
arebbe provocare una aperta e frontale sedizione. E i Fabriansei ebbero anche modo di
sperimentare da vicino tali
conseguenze di una aperta
rivolta al potere di questo celebre
capitano d'arme originario di cotignola
in Romagna. Nel 1438 le città di Camerino, Tolentino e Sassoferrato,
si sollevarono contro lo Sforza, Proprio
per tale motivo il conte raggiunze
Fabriano con le sue armate e se per Camerino e Tolentino bastò il semplice
avicinamento ai rispettivi
territori per per far desistere dal continuare la ribellione,
nel caso di Sassoferrato si arrivò all'assedio e alla presa della città; Lo Sforza autorizzò alle proprie milizie il sacco per tre giorni consecutivi e la devastazione fu tale, che secondo le notizie pervenute, lo stesso condottiero ne ebbe rimorso, al punto che
impose alle città marchigiane una speciale fornitura di derrate alimentari, per soccorrere la popolazione, la cui indigenza sarebbe andata oltre ogni previsione
immaginata.
Bibliografia:
Francesco
Mariani; “Francesco Sforza e la città di Fabriano, Senigallia 1908
G. Benaducci; “La Signoria di Francesco Sforza
nella Marca e peculiarmente in
Tolentino; Tolentino 1892
Fra
Giovanni Francesco Scevolini; “La storia di Fabriano” nel volume XVII de le “Antichità picene”
raccolte dall'Abate Colucci in Fermo 1792. | |